Quand’è che vaniamo manipolati, o quand’è che noi manipoliamo gli altri?
Quando non ci assumiamo la responsabilità delle nostre scelte.
Quando investiamo sull’altro affinché questi agisca e si comporti nella modalità che più ci fa comodo.
Quando siamo evasivi.
Quando indaghiamo.
Quando non diamo molte informazioni ed il nostro interlocutore non ha la possibilità di fare una scelta consapevole.
Spesso la manipolazione è legata alla svalutazione dell’altro, tesa a renderlo più vulnerabile e conseguentemente manipolabile. Oppure, lo strumento utilizzato è la lusinga, veniamo circuiti al fine di ben disporci verso il nostro interlocutore, affinché la sua immagine ci appaia benevola e positiva, così da abbassare le nostre difese, non siamo più obiettivi.
Il manipolatore nella maggior parte dei casi non sa di esserlo, perché a sua volta è stato posto nella condizione di acquisire questa modalità relazionale.
Chi viene manipolato reagisce come se si trovasse in una bolla di sapone. Si è disorientati, per un attimo è come se la nostra mente sia scollegata dal nostro corpo e non ci percepiamo più come un tutt’uno; siamo confusi, insicuri, titubanti, indecisi, il senso di colpa ci assale. Quante volte è capitato di dire, una volta usciti dalla bolla di sapone, “ah, se avessi riflettuto meglio, se non fossi stato così confuso avrei potuto rispondere questo o quello”. Non potevamo, perché eravamo manipolati, appunto, e la rabbia e un senso di impotenza ci assale.
Questo ritorno alla realtà avviene quando la fonte della manipolazione non è costante, ossia quando non siamo continuamente sottoposti, per nostre vicissitudini, alla manipolazione stessa. Chi vive in una realtà “tossica” vive solo a metà perchè le sue potenzialità e capacità sono ridotte e censurate.

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